domenica 29 maggio 2016

La calma, l'attesa, il mistero, l'impossibile

Torno dopo un pochino di silenzio. Perché non mi piace scrivere post tanto per fare; tengo molto a questo blog e al suo senso, perciò attendo sempre di avere qualcosa che ritengo importante da dire sulla felicità o sulla pedagogia (o entrambe le cose), prima di mettermi a scrivere. Ad ogni modo, se volete sentire cosa ho da blaterare il merito alla vita in generale, potete trovarmi qui (lo ammetto questa è un po' pubblicità di me per me stessa, ma me la concedete?).
Tornando a noi, oggi ho qualcosina da raccontare, perciò eccomi qui.
Il progetto educativo della domenica mattina per i bambini della nostra associazione è iniziato da settimana scorsa e oggi ho riflettuto su alcune cose che i piccoli mi hanno portato incontro.



Non finirò mai di dirlo, bambini e bambine hanno bisogno di un clima di calma e ritmo. Nella frenesia l'amore si disperde e noi adulti non riusciamo ad ascoltare. Nel trambusto i piccini ci chiedono sempre più attenzioni, tanto che noi spesso ci sentiamo soffocare. Più abbiamo da fare, più loro richiamano il nostro sguardo, in tutti i modi possibili. Sembra non siano in grado di fare da soli, qualsiasi occasione è buona per farci intromettere, anche solo un litigio per l'accaparrarsi di un pezzo di Lego, nonostante sul pavimento ce ne siano centinaia. Eppure i bambini sanno eccellere nella condivisione!

Bambini e bambine, ragazzi e ragazze di oggi spesso non sanno aspettare. Non sanno annoiarsi. Vogliono essere sempre occupati e forse è quello che vogliamo anche noi, perché in questo modo sappiamo che stanno facendo qualcosa e quindi possiamo per un attimo staccar loro gli occhi di dosso. 
L'attesa, però, è un aspetto fondamentale della vita, fa parte dell'esistenza ed è da essa che si sviluppano le maggiori bellezze. Pensiamo ai semi che diventano piante (e per un po' non ci mostrano nulla), pensiamo al tramonto, che arriva una sola volta al giorno (non possiamo averlo sempre), pensiamo alla vita umana, che giunge nel mondo dopo nove mesi in cui è rimasta nascosta nel grembo materno.
Eppure mi accorgo che, quando i bimbi riescono ad avere fiducia e a smettere così di chiedere: "Cosa facciamo dopo?", quando iniziano ad attendere il proprio turno per essere ascoltati, l'armonia apre la strada alla condivisione e l'amore si fa reale. E allora un cavallo può diventare blu e trasformarsi in un unicorno. 
"Ma esistono gli unicorni?"
"Non so potrebbero."
"Io quando ero più piccola credevo a Babbo Natale, alla Befana, alla magia, alla fatina dei denti. Insomma credevo a tutto. Adesso invece sono sempre mamma e papà che portano le cose."
"Chissà magari la fatina esiste, quando io ero bambina arrivava il topolino dei denti".
"Sì, come le sirene, è un mistero. Comunque ci sono delle cose in cui crederò sempre: la magia, le sirene e gli unicorni".
La conclusione del più piccino? "I cavalli blu, sì, esistono. Blu e rosso."


Lasciamo che i nostri bambini sognino e credano nell'impossibile. Lasciamo che siano questi sogni a permettere loro di attirare la nostra attenzione. Questo è il preludio dell'eternità. Perché solo nell'eternità scopriremo tutti i misteri che non ci è dato di sapere ora. Crederci vuol dire gustare un po' di eternità sulla Terra. Vuol dire essere più vicini a Dio.

giovedì 5 maggio 2016

Bambini altamente sensibili

Martedì sera abbiamo parlato della parola, del linguaggio, io, genitori presenti e futuri, nonni.
Dalle domande di una mamma, perplessa in merito ad alcuni comportamenti del figlio di tre anni e mezzo, ci siamo trovati a parlare di bambini altamente sensibili
In realtà solo una persona altamente sensibile può capire davvero cosa significhi rientrare in questa categoria. Fondamentalmente tutto è amplificato all'ennesima potenza. Anche le emozioni, non solo ciò che si percepisce con i cinque sensi. Questo significa che un bimbo o una bimba ipersensibile può arrivare a non tollerare nemmeno un paio di jeans o l'etichetta di una maglietta. E che può piangere per giorni a causa di una parola detta dalla mamma o dalla maestra più bruscamente del solito. I bimbi e le bimbe altamente sensibili sembrano spesso capricciosi, quando cominciano a crescere arrivano spesso ad urlare ai propri genitori "Voi non mi capite! Nessuno mi capisce!", pur quanto loro li amino profondamente. Non vogliono fare cose che per i coetanei sono normali, hanno paure spesso incomprensibili, come per esempio possono odiare le feste di compleanno affollate, le maschere di carnevale (perché sussultano con grandissima facilità e ciò crea in loro molta ansia) o semplicemente guardare alcuni programmi televisivi per l'infanzia (più o meno per lo stesso motivo).

Vi racconto tutto questo perché io sono stata una bambina altamente sensibile e sono tuttora una persona altamente sensibile (non è una malattia, per cui non si guarisce, è semplicemente un modo di essere). Il problema di questi bimbi è che non sanno di essere tali e, trovandosi spesso in difficoltà nel farsi capire dagli adulti e nell'essere accettati dai coetanei a causa di comportamenti considerati lagnosi o troppo introversi o eccessivi, cominciano a sentirsi diversi, sbagliati. E più si sentono così, meno sono in grado di manifestare coerentemente il proprio disagio. Non sanno spiegarsi perché le cose vadano così. Pensano di essere nati "storti" e che nessuno riuscirà mai a capirli. E difatti nessuno li capisce, di solito. Spesso non si tratta di una colpa, ma del semplice fatto che cose del tutto normali possono ferire un ipersensibile.
Io, purtroppo, sono giunta all'età di trentuno anni a scoprire di essere una PAS (per approfondimenti clicca qui), perciò ho capito tardi di non essere l'unica e di non dover gestire un'anomalia strutturale, ma semplicemente di dover diventare consapevole di una realtà. Non che ormai ne avessi bisogno, quasi mi cominciava a piacere l'idea di essere anomala, ma sicuramente il fatto di poter spiegare alcune cose mi è stato di grande aiuto (ci sto scrivendo un libro, anche se per ora ho il blocco dello scrittore, perciò non so quando riuscirò a pubblicarlo). 

In merito a questo, ieri ho ricevuto il messaggio di una mamma il cui figlio era presente all'incontro di confronto di martedì, che mi ha raccontato quanto quest'ultimo fosse uscito elettrizzato dalla serata, perché finalmente poteva dare delle giustificazioni alle sue emozioni e raccontare di quella volta che era successo quello o quell'altro analizzando tutto in una nuova chiave. Adesso sapeva di non essere diverso! Adesso, insieme ai genitori, poteva dare un senso ai suoi comportamenti e sistemare alcune incomprensioni che nel corso del tempo erano rimaste sospese, creando disagio e perplessità! Adesso poteva a diritto non indossare i jeans e avere paura dei palloncini, poteva dare una spiegazione al fatto che quel giorno aveva detto: "Voi non mi tenete in considerazione!" e comprendere come mai la professoressa di geografia proprio non ce la fa a capirlo.
Bambini e ragazzi così hanno bisogno di essere riconosciuti, in qualche modo ne hanno bisogno più di altri. Bambini (e ovviamente bambine) così hanno la necessità di una scuola diversa, di genitori consapevoli del loro bisogno, che prendano in mano le redini della loro istruzione affinché essi possano sentirsi capiti e in diritto di tirare fuori le proprie passioni, i talenti, la creatività come bellezze e unicità che non sono sbagliate, ma ricche di significato. Hanno la necessità di piangere e ridere, di piangere e ridere a volte più degli altri, di recitare o di scrivere, di costruire o raccontare. Hanno bisogno di raccontarsi e di sentirsi amati. Di essere amati anche quando, per una parola di troppo, non sono in grado di trattenere le lacrime o, per un rumore troppo forte, si vanno a nascondere. Hanno bisogno di mettere in campo la propria empatia verso gli esseri viventi altri da loro e di viverla fino in fondo. A costo di soffrire.


mercoledì 4 maggio 2016

La forza creatrice della parola

Un giorno di tantissimi anni fa, credo nel lontano 1995, arrivò nella nostra scuola Roberto Piumini, per me, personalmente, una sorta di essere mitologico nascosto sotto sembianze umane.
Con sguardo incantato e trepidante interesse rimasi ad ascoltare i suoi racconti e partecipai al suo laboratorio di scrittura creativa. Credo che proprio in quell'occasione rimasi colpita e meravigliata dalla tecnica del "cut-up" (potete approfondire qui). Rimasi per giorni a ricopiare poesie, pescarne pezzi e ricomporre nuovi versi. La straordinarietà del tutto stava nel senso che ogni volta, anche pescando e componendo a caso, i nuovi testi riuscivano ad acquisire, pur spesso senza nessi logici espliciti o congiunzioni o soggetti e verbi coniugati.

Il potere creativo della parola. Probabilmente nessuno ci avrebbe creduto, ieri, presso la nostra associazione, se non avesse provato con mano. Ho voluto tentare l'esperimento: non mi piaceva l'idea di parlare semplicemente della capacità di creare insita nella parola, quindi ho voluto dimostrarne la forza nella sua concretezza. Così, dopo aver ragionato un po' sulla potenza di ciò che si dice, sul valore caratterizzante del nome proprio e l'importanza dell'attenzione al linguaggio che viene rivolto a bambini e bambine, ho letto alcune poesie scelte di autori vari (ovviamente una di Piumini), poi ho fatto girare un cestino contenente le stesse poesie tagliate in versi. Ciascuno, a turno, ha pescato versi a caso fino a che, dopo alcuni giri di mano in mano, il cesto non  è stato vuotato. Con i bigliettini pescati, ognuno ha composto una nuova poesia. Certi hanno scelto di incollare i versi nella sequenza casuale con cui li avevano pescati, altri, restii a rimanere in balia della totale casualità, hanno composto il testo con una propria logica, ovviamente mantenendo i versi intatti, come da mia indicazione.
Vi direte: e quindi? Ebbene, la commozione (di alcuni anche esplicitata) è stata quella di leggere ad alta voce la propria composizione e trovarla in perfetta sintonia con se stesso o con un periodo della propria vita. Io personalmente ho trattenuto qualche lacrima, ma, si sa, sono ipersensibile e piango facilmente!
Ad ogni modo nessuno di noi credeva nel caso e tanto meno ci crede ora, dopo aver toccato con mano la forza creatrice che vi è nel linguaggio ed in particolare nella parola! Posso assicurarvi che la scelta delle poesie era stata casuale, non legata ad un filo conduttore unico, ho scelto solo alcuni argomenti quali Dio, l'amore, la vita, la poesia, la morte, l'acqua, ma in maniera molto generica e senza confronto tra un testo e l'altro.



Vi sfido a provarci e poi a tornare qui, così, per confrontarci su questo strepitoso e misterioso argomento quale la potenza della parola. 

Intanto vi lascio con una riflessione, che dedico però soprattutto ai creazionisti: "Non è forse la creazione, l'espressione più gloriosa della forza della Parola?".


giovedì 28 aprile 2016

La pedagogia deve contagiare tutti

Martedì sera mi sono trovata di fronte ad una quindicina di persone, genitori dell'oggi e del domani, per presentare un progetto pedagogico in seno all'Associazione culturale "Nuova Pentecoste" di Medolago (BG), di cui sono socia fondatrice. Il progetto è piccolo, accoglie un numero limitato di bambini e ragazzi durante le riunioni della domenica mattina. Io però sono una visionaria e vedo già spazi nuovi, con un'accoglienza ampia e un lavoro educativo che abbracci la partecipazione di genitori, nonni, educatori, artigiani (e chi più ne ha più ne metta), cittadini della comunità più allargata, sette giorni su sette. Perché è così, la pedagogia deve contagiare tutti. E al centro devono starci bambini e ragazzi. In merito a questo ci vediamo martedì prossimo alle 20.30 per continuare a parlarne (pensavo di finire prestissimo, invece c'è bisogno di  un altro incontro: la passione non si può fermare!).

Sono rimasta colpita dalla frustrazione di alcuni nel rendersi conto degli errori fatti nell'educazione dei propri figli. Purtroppo esigenze di vita, realtà quotidiane, stress, difficoltà relazionali in famiglia sono situazioni che spesso impediscono la possibilità di mettere in atto strategie adeguate per una crescita libera dei bambini, capace cioè di liberare il loro potenziale e riconoscere e utilizzare i propri talenti.
Tali carenze sono sicuramente colmate dall'amore reale di questi genitori per i figli, ma porteranno probabilmente ad alcune conseguenze che sarà poi loro dovere gestire.
Ad ogni modo le difficoltà non devono essere atrofizzanti, devono essere nodi che impongono messe in discussione e ricerca di nuove strategie. E' questo il bello del dialogo, del confronto in ambito pedagogico: si scoprono risorse, di pensa da nuove prospettive, si ragiona su alternative valide.  

Dal canto mio, dopo dieci anni nella scuola dell'infanzia, nei nidi e spazi gioco e una visitina molto breve come supplente in una scuola primaria, non posso che portare avanti la mia missione di destrutturazione totale degli schemi mentali dei genitori, convinti che nel delegare la responsabilità ad insegnanti ed educatori stiano facendo sempre la scelta giusta. La missione di rompere gli schemi dell'educazione frontale, impositiva e nozionistica che spesso è l'unica conosciuta dagli adulti. 

Il lavoro del genitore è un lavoro difficile, molto difficile (ne sono così consapevole che all'alba dei miei trentun anni non ho ancora voluto averne), ma in questo travagliato percorso di scelte quotidiane e costante autoeducazione, altro non si desidera che la felicità dei propri bambini e delle proprie bambine. Interrogarsi su questo significa fare in modo che ogni gesto quotidiano possa acquisire un senso volto a tale obiettivo, significa spesso abnegazione e sacrificio, significa riconoscere il bambino come essere bisognoso di guida e di fiducia. 
La solitudine attuale e, ammettiamolo, spesso la pigrizia o la sensazione di avere tutte le competenze necessarie per educare, porta molti genitori a trovarsi chiusi nelle quattro mura di casa nella gestione di schemi educativi e familiari. Le semantiche familiari restano sempre le stesse e si perpetuano all'interno del nucleo familiare, mai messe in discussione da figure esterne, nemmeno dagli insegnanti che, spesso frustrati, tendono a portare avanti il proprio lavoro alla giornata, in un'ottica di sopravvivenza.
Ma se per primi insegnanti ed educatori non sono sognatori, visionari in grado di vedere speranza nel futuro, di leggere nel cuore dei bambini l'unicità di ciascuno di essi, come potrà davvero svilupparsi un senso di felicità diffuso, un pensiero di pace in seno alla società?
Per questo è bello discutere di pedagogia, dirsi le cose per come sono, raccontarsi, esprimere difficoltà e disagi, mettere a frutto creatività, giocosità, immaginazione. Per questo è bello che i genitori possano incontrare gli educatori e incontrarsi tra loro, che possano guardare ai propri errori  non in maniera frustrante, ma come risorse per un cambiamento. Per questo è una gioia immensa per me condividere delle riflessioni, e per questo amo molto l'idea delle scuole parentali (trovate info qui); per tali motivi desidero che momenti simili si moltiplichino. E' l'inizio dell'autoeducazione, l'inizio di una riforma. La scuola per come la conosciamo non ha più senso, il modo di vivere la quotidianità per come lo conosciamo dimentica spesso la felicità dei bambini. Dirselo è il primo passo per cambiare. Bisogna avere il coraggio di andare contro corrente, bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco, di lottare contro quella parte di noi stessi che rifiuta la fatica, di cambiare direzione. Se avremo questa forza, potremo davvero essere FELICI INSIEME.

venerdì 22 aprile 2016

Una vita piena. Educazione e sacralità.

Ti è mai capitato di sentire dentro quel senso di completa soddisfazione mentre stai svolgendo le tue normali faccende quotidiane o il tuo lavoro?
I bambini possono vivere questo stato di benessere "radicale" e radicato in maniera molto semplice e diretta quando hanno la possibilità di giocare in libertà, quando possono stare in mezzo alla natura, quando viene data loro la possibilità di esplorare, conoscere nel fare, osservare il mondo. 
Spesso negli adulti il sentimento di soddisfazione si limita ad un attimo, a qualche breve lasso di tempo legato a qualche singola azione o qualche ricordo o pensiero per poi ripiombare nell'oblio delle incombenze giornaliere, degli stress, della rabbia, dei bisogni non sempre soddisfatti. No, chiaro, non dico sia per tutti così, dico però che sento sempre più persone esprimere la difficoltà, nella frenesia di questi tempi, di sentirsi perfettamente appagati interiormente.

Cosa dunque porta un bambino che così facilmente riesce a trarre soddisfazione intima dalla vita a perdere questa pienezza durante la crescita? Io credo che, crescendo, si perda la capacità di vedere la sacralità della Creazione, di considerare il dono della vita, di abbracciare con stupore le meraviglie del mondo, di riconoscere se stessi con gratitudine e amore. 


Un bimbo è essere tanto corporeo quanto spirituale e lo è nel modo più semplice che possa esistere. Lo è inconsapevolmente come un adulto non può esserlo. Questa inconsapevolezza rende i bambini e le bambine individui intimamente capaci di relazionarsi con il sacro in senso ampio. La figura di Dio, per esempio, è molto più chiara ad un bambino che ad un adulto, seppur non esplicitata e spesso nemmeno esplicitabile. Un adulto, invece, avendo maturato una completa capacità di pensiero razionale e scontrandosi con le responsabilità quotidiane, si trova a non poter più vivere questa dimensione di gratitudine incondizionata e di spiritualità, tanto che ha bisogno di ritrovarla. La deve cercare
Possiamo noi fare in modo che i bimbi e le bimbe non perdano mai tale dimensione? Che ruolo può avere l'educazione in tutto questo? Ebbene, un'educazione che trasmette passione, creatività, talenti, stupore, meraviglia, bellezza (lo dico sempre) è un'educazione che va in questa direzione. Vedere il bambino come un essere trino, costituito da corpo, anima e spirito come componenti non scindibili, rendersi conto che il contatto corporeo con cose ricche di bellezza porta inevitabilmente ad una passione per l'esistenza che si radicherà nel cuore del piccolo o della piccola attraverso le emozioni e i ricordi, è il primo passo verso una pedagogia consapevole e intrisa di responsabilità. 


Or un educatore che non ha recuperato quel senso di sacralità sarà un educatore probabilmente pieno di competenza, ma con un istinto educativo debole, capace addirittura di smorzare la forza interiore dei bambini e delle bambine che educa.


lunedì 18 aprile 2016

Il coraggio di cambiare

È molto strano come siano tantissime le persone che inneggiano ad un cambiamento del sistema, che urlano al bisogno di rivoluzione. Anche per quanto riguarda il sistema educativo. La questione reale è poi quanti abbiano il coraggio di andare oltre ciò che non è usuale e fare scelte fuori dal coro
So che un discorso del genere potrebbe sembrare di poco senso su questo blog, che appare sempre così soft e privo di esaltazione. In realtà io mi sento una rivoluzionaria, in qualche modo. Credo di esserci nata, così, anche se non l'ho capito finché non sono arrivata a vivere alcune situazioni personali che mi hanno fatto comprendere come il mio ruolo in questo mondo abbia un po' a che fare con il cambiamento. La consapevolezza di ciò è il primo passo verso una nuova consapevolezza sociale. È ovvio che qualcosa di grande non può avere luogo per mezzo di una sola persona isolata, ma è fondamentale che ci sia un sentire comune e diffuso. È dunque bello sentire tanti discorsi relativi a nuovi bisogni e nuove risorse, ma la verità è che le parole non sono sufficienti. Le idee non devono restare tali, devono divenire realtà, devono prendere forma concreta. 



È vero, la scuola necessita di una nuova didattica, di nuovi paradigmi, di nuove attenzioni e nuovi sguardi. Ma quanti educatori, insegnanti, genitori, sono pronti ad investire in qualcosa di diverso, a costo di essere bannati dal sistema? Quanti hanno il coraggio di prendere in mano le certezze dell'abitudine per romperle? Non si parla di violenza, si parla di un pacifico esercizio del proprio pensiero ed il proprio sentire. Significa mettere insieme dei modi di sentire comuni per dare vita a concretezze fatte di nuova creatività. Purtroppo tutto questo vuol dire anche forza di volontà e sacrificio. 
Se non ci facciamo delle domande e non iniziamo a pensare all'uomo ed alla donna in modo olistico, prendendo in considerazione il collegamento tra i vari aspetti del funzionamento del sistema "essere umano", valutando l'esistenza nella sua totalità, non potremo mai dare un senso a tutte le criticità a cui ci troviamo di fronte. Non possiamo criticare il sistema senza capire cosa in esso necessiti di essere cambiato. Non possiamo limitarci a dire che ormai le diagnosi di disturbi psicologici o deficit intellettivi nei bambini sono aumentate troppo o che il carico di lavoro che la scuola pone sulle spalle dei bambini è troppo elevato. Non possiamo nemmeno fermarci nel constatare che il bullismo è in aumento, così come la possibilità degli insegnanti di gestire i bambini di oggi, sempre più "difficili". C'è bisogno di qualcosa di più, di un modo di pensare più radicale, che si trasformi in agire. Bisogna osare. Purtroppo non si può fare altrimenti. È un continuo pensare che si deve trasformare in una quotidianità. 
Lo so, continuo a dirlo, ma questo è lo scopo di quello che scrivo. Scrivo (avete letto il libro, per capire cosa intendo?) per dare un input, ma se le mie parole, insieme a quelle di altri, non trovano terreni dove crescere e portare frutto, ebbene saranno solo belle parole prive senso. Non si tratta solo di dire "wow, bello, interessante!", si tratta di volerne far parte perché si sente il bisogno di cambiamento. La paura è sempre un campanello d'allarme, che ci allontana da eventuali rischi, ma quando si crede davvero in qualcosa, nel profondo del cuore, essa non può che essere soltanto uno strumento che porta ad una riflessione in più per continuare più convinti nella direzione intrapresa. Abbiamo il coraggio di cambiare? Abbiamo il coraggio di pensare e agire? Abbiamo il coraggio di fare qualcosa di nuovo e profondo per le generazioni appena arrivate e per quelle future?

lunedì 11 aprile 2016

Autoeducazione: il potere dell'amore

Non ho figli e a volte mi domando se mai io abbia diritto di dire a dei genitori cosa fare o non fare. In realtà, poi, mi rendo conto di come il mio unico desiderio sia quello di dare spunti di riflessione e mai di giudicare i metodi educativi altrui. Lo ammetto, ci sono alcuni modi di fare con i bambini che ho difficoltà a tollerare, ma  al di là di questo, quello che voglio fare è dare input per un pensiero nuovo in una società che ha molte falle. Non ho il potere di correggere tali falle; non è certo un libro o un blog che possono supplire ai bisogni delle persone (ad ogni modo, se il mio libro dovesse interessarvi, trovate tutte le informazioni qui). Quello che bramo, però, è che ogni essere umano abbia l'opportunità di crescere nella felicità interiore. Non ho bacchette magiche perché ciò avvenga, ma credo nel potere spirituale della parola. "Parola" con l'iniziale minuscola e soprattutto "Parola" con la "P" maiuscola. Ho fede per credere che non a nulla valgono i miei sforzi.
Credo nella possibilità di un risveglio sociale generato dal desiderio di ripensare all'educazione e ai bisogni dei più piccoli partendo dall'autoeducazione.



Vogliamo che i bambini e le bambine siano uomini e donne felici, realizzati, pieni di voglia di vivere. Liberi. Ma non possiamo volerlo senza sapere cosa questo significhi. Educare alla libertà vuol dire prima di tutto essere liberi noi stessi. Non possiamo trasmettere ciò che non abbiamo. 

Dovremmo quindi paralizzarci? No, dobbiamo muoverci verso l'integrità e la nostra libertà interiore, emotiva e spirituale, mentre educhiamo. Non possiamo smettere di educare cercando la nostra perfezione, ma non dobbiamo esimerci dall'autoeducarci per andare nella giusta direzione.
Un educatore che non si fa domande è distruttore del bene di chi educa, ma un educatore completamente imperfetto dotato di autocritica e voglia di crescita e cambiamento può essere fonte di ispirazione per molti bambini. E ciò è possibile solo per mezzo dell'amore.

Dire di amare i propri figli vuol dire essere consapevoli di quale esempio vogliamo essere per loro. Questo comporta uno sforzo immenso nel considerare come ogni nostro singolo gesto quotidiano sia strumento di passaggio di un flusso di informazioni emotive e spirituali grandissimo. Ogni piccola decisione è dotata di valore. Ogni volta che deleghiamo ad un imprecisato domani o ad altri stiamo creando una falla nella costruzione del benessere interiore dei nostri bambini o bambine.
Anche quando un genitore sceglie una scuola o un luogo educativo, egli non deve credere di star delegando, ma deve vivere questo affido temporaneo come una presa di responsabilità fatta di partecipazione e fiducia. Genitori ed educatori/insegnanti devono avere un sentire comune e andare nella medesima direzione. Devono essere in qualche modo presenti con la propria anima anche quando fisicamente non ci sono. Ecco allora che non si sta demandando o scaricando dei compiti, ma si sta faticosamente lavorando in accordo interiore per una felicità diffusa. Questo è il potere dell'amore.