giovedì 3 novembre 2016

Verso la sostanza

Pensiamo che per essere  bravi educatori, genitori o insegnanti, dobbiamo indottrinare, imprimere nella mente di bambini e ragazzi delle nozioni ben precise, dei valori esplicitati in regole ben verbalizzate, una cultura fatta di successioni mnemoniche di fatti e formule. Così i bambini (i più "bravi") sanno tutto e si comportano come devono.
Qual è il problema in tutto questo? Il problema è che i veri bisogni dell'uomo sono l'essere nutrito (nel corpo, nell'anima e nello spirito) con la vicinanza, l'amore, la bellezza e autoaffermarsi come Io unico e irripetibile, autoriconoscersi e posizionarsi in pienezza nel mondo. Ora se noi guardiamo al futuro, alla società e alle regole che essa impone non possiamo che volerci affrettare nel metodo educativo e didattico con cui ho aperto il post. In questo modo pare che la collocazione di ciascun bambino e bambina nel mondo sia avviata e sicura. Ma così facendo non ci domandiamo affatto come tale collocazione possa avvenire nel pieno rispetto dell'interiorità del bambino e della bambina stessi, anzi in modo che essa sia davvero stimolata a crescere e a venire espressa all'esterno in piena libertà e consapevolezza.
Insegnare delle lezioni è e deve essere una minima parte del lavoro dell'educatore, spesso nemmeno parte visibile. Prima di tutto vanno gettate le basi per una consapevolezza di se stessi, del mondo fuori, di ciò che di bello può esserci, per stupirsene ed esserne grati. Una scuola che non è in grado di fare ciò è una scuola morta, che stimola solo una memoria cerebrale scollegata dalla memoria animica. Ma se queste due memorie non si legano assieme attraverso l'esperienza e per mezzo di un'arte dell'educazione fatta di talenti, nulla potrà far presagire un futuro migliore. Avremo uomini frustrati e ancor prima bambini arrabbiati, che odiano l'istituzione scolatica e, di conseguenza, il sapere che ad essa collegano.
Bisogna uscire dai banchi, uscire dalle mura, uscire dai vecchi schemi. Solo genitori coraggiosi saranno in grado di prendere decisioni così difficili e importanti, oltre il prodotto e verso la sostanza più vera.

sabato 15 ottobre 2016

Vivi come sei



Lui si chiama Gabriele Saluci ed è uno che ha lottato per i suoi sogni. Ce l'ha fatta. E' arrivato qui, con un miniserie su Rai3, al Kilimangiaro. Avrei voluto condividere direttamente il video, ma il sistema non me lo permette. Ci tengo però che lo guardiate e ci tengo che, anzi, vi guardiate pure il video qui sopra, che è quello della sua partenza, del suo inizio. No, no, non si pensi che io stia tessendo le lodi di un uomo per ergerlo a dio. E' solo un esempio, ma uno di quelli che merita, per ripetere e ribadire ancora un concetto che mi sta a cuore: lottate, rischiate per i vostri sogni. Non per i capricci, non per le futilità, ma per essere quello che dovete essere, per dare quello che dovete dare, per fare della vostra vita l'espressione piena del vostro potenziale. Se non sapete chi siete, impiegate il vostro tempo per scoprirlo. Coltivate la vostra anima e la vostra spiritualità, guardate in Cielo e intorno a voi e trovatevi. Quando lo avrete fatto, rischiate. Meglio delle certezze infelici o delle incertezze che portano alla felicità? Se quella è la vostra strada non fallirete. Non potete, è il vostro posto nel mondo, è solo vostro, nessun altro potrà occuparlo, è stato riservato per voi da prima che voi nasceste. Io credo sia stato Dio a farlo, voi cosa ne pensate? Credeteci, combattete, viaggiate verso la vostra via, sulla vostra Via. Non serve correre, basta un passo alla volta, ma, sappiatelo, dovrete in qualche modo fare un salto nel buio o prendere decisioni controcorrente. Se ascoltate la storia di Gabriele, cogliendola dai vari video e post su facebook, vi accorgerete di un fattore comune a chi insegue i propri sogni: la risoluzione. Lui ha lasciato l'università (per poi laurearsi in un secondo momento), ha preso una bicicletta ed è partito da Torino per arrivare in Islanda. Non credo che tutte le persone intorno a lui gli abbiano subito stretto la mano o dato un abbraccio, insomma potrebbe essere che ci fosse un po' di paura e di sconforto all'idea che lasciasse le sue certezze per andare dove... e poi, per quale motivo? Ma questo non lo ha fermato. E si può dire che ora sia questo il motivo del suo successo. Non ritengo che lui sia meglio di altri uomini o donne, ognuno è speciale per ciò che è. Il suo merito è stato quello di crederci e farsi guidare dal suo istinto (e dopo le sue qualità tecniche e la sua professionalità sono cresciute). A volte fa meglio ascoltare il cuore che la mente. Ci sono pensieri, idee, sensazioni che riguardano noi stessi che non trovano la via dell'oblio. Continuano a martellare dentro, prima più nebulose, poi sempre più delineate. E stanno lì, a dirti che tu sei quello, non altro, che se nato per essere in un posto. Se tutti smettessero di lottare contro se stessi, il mondo sarebbe nuovo. Migliore. Lo so, è destinato a morire, ma finché noi saremo in vita il nostro compito è renderlo felice. Rendendo felici noi stessi. No, non per capriccio, per dovere. In questo modo anche Dio sarà felice.


martedì 11 ottobre 2016

La povertà interiore

(Foto dal web)


Domenica sera ho partecipato alla riunione dei volontari di Bergamo di Compassion, una Onlus che si occupa di povertà ed in particolare di bambini poveri. La straordinarietà del lavoro di questa associazione sta nel fatto che il suo scopo finale non è solo quello di contribuire economicamente al miglioramento delle condizioni di vita delle persone, ma di donare loro una speranza. La povertà, infatti, ha una componente interiore che è caratterizzata in sostanza dalla paura e dalla mancanza di speranza nel futuro. Questa condizione non permette un cambiamento e nemmeno una crescita economica, ma genera piuttosto un adeguamento alle condizioni sociali. Cambiare questa prospettiva, non solo fornendo la soddisfazione dei bisogni fisici di un bambino o una bambina, ma creando situazioni e ambienti che stimolino fiducia, autostima, accettazione, valori altruistici, significa crescere uomini e donne fiduciosi, nel futuro e in un possibile cambiamento. È così che il cambiamento stesso può infatti aver origine. 
Ora, quello su cui mi preme ragionare è quanto tali condizioni vengano stimolate in una società ricca come la nostra, dove il benessere regna quasi indisturbato. No, non voglio affatto dire che le famiglie italiane non stiano subendo la crisi, ma, diciamocelo, quante rinunciano a smartphone, automobile, televisore, computer e tutti i comfort che tanto sono normali nella nostra società? Parliamoci chiaro, in fondo non ce la passiamo poi tanto male. Se rivalutassimo alcune priorità ce ne renderemmo conto. E allora, dato il nostro stato di benessere, siamo certi che stiamo infondendo nei più piccoli fiducia, forza, coraggio per la realizzazione dei propri sogni? Se la risposta è "sì", questo deve tradursi in presenza da parte dell'adulto e cura in senso ampio, passione per la vita, desiderio di ascolto, dilatazione dei tempi di vita (per lo meno di quelli passati insieme ai più piccoli) e milioni di altre piccole grandi cose che mettono al centro i bisogni del bambino come essere trino. Sono riflessioni importanti, che non possono essere tralasciate. 
Al centro di una società devono starci i bambini, perché essi sono ciò che di più vicino a Dio esista e tali possono rimanere se viene data loro la possibilità di crescere in maniera completa, al massimo delle proprie possibilità e talenti.

venerdì 30 settembre 2016

Outdoor


In quest'ultimo periodo, grazie soprattutto all'aiuto di alcune persone (non sarò mai abbastanza riconoscente!), le quali mi hanno aiutata a sistemare una parte del cortile e adattarla ad angolo relax, sto iniziando a vivere una vita più outdoor. Consumo i miei pasti quasi sempre fuori, anche se la mattina e la sera qui comincia a fare abbastanza freschino. Dopo cena accendo il lampioncino e un paio di candele e mi metto seduta sul divanetto (fatto con quattro bancali e qualche cuscino, tutto di recupero) insieme alla mia bulla Happy. Leggo un libro, finché non sto quasi per addormentarmi. L'atmosfera è perfetta, il tepore del sacco a pelo nel quale mi avvolgo è confortante, fa contrasto con il freddo che mi fa pungere il naso. In attesa di recuperare un piccolo caminetto a legna da esterno, comunque, godo del clima ancora clemente (la sera ci aggiriamo intorno ai quattordici gradi).
L'outdoor lifestyle, se così vogliamo chiamarlo, credo mi si addica. Da quando ho deciso di svolgere la maggior parte della mia giornata all'aperto, mi sento molto meglio. Non che prima stessi male, ma il mio umore sembra addirittura migliorato e mi sento più a mio agio nei miei panni. Come se stessi ascoltando il mio corpo e gli stessi dando quello di cui a bisogno. Il mio ringraziamento a Dio per questo angolo di pace e questa atmosfera di montagna, con la nebbiolina del mattino e il rumore di topi, ghiri e scoiattoli sugli alberi della sera, mi fa sentire di essere in sintonia con il mio vero io. Non è facile da spiegare, ma godere di un contatto così sereno con l'aria, il cielo, le cose intorno, aver creato uno spazio che mi rispecchia (seppur con parecchio materiale recuperato) e averlo inserito in un contesto che amo, in piena armonia, mi rende felice. Non so se vi sia mai capitato.
Questa esperienza di vita (che spero, con i dovuti accorgimenti, di poter portare avanti anche quando il tempo sarà più rigido), mi fa davvero capire perché molti cantano le lodi dell'outdoor education. Non che non avessi creduto nella sua validità prima di questi momenti vissuti sulla mia pelle: passando molto tempo con i miei cani e un po' con i cavalli, sapevo da tempo quanto fosse salutare stare all'aria aperta. Non credevo però che trasformarlo in uno stile di vita potesse dare così beneficio in così poco tempo. O meglio, ne ero certa, ma sapere una cosa e viverla sono due cose completamente diverse. Spero di sfatare tutti i miti sull'impossibilità del sostenere una vita del genere, ma vedremo quello che succederà.
Intanto sono sempre più convinta del voler contribuire all'avvicinamento delle persone alla bellezza della natura e del mondo, per aiutarle così a divenire più grate per la vita. 
Non voglio promuovere uno stile di vita new age o hippie, nel quale bisogna abbracciare gli alberi o fare giri intorno a dei sassi colorati o ancora connettersi ad un livello superiore attraverso il contatto con i fiori (sto inventando, ma ci siamo capiti)! Desidero solo che le persone possano riscoprire la lentezza, la piacevolezza di fare esperienze che valorizzino la creazione, lo stupore (ops, l'ho detto di nuovo!) nel guardare con occhi attenti le bellezze della natura. Basta poco, un po' di silenzio o una musica sottile, un attimo in cui lasciar stare le preoccupazioni e rendersi conto di quanto grande è stato il Creatore. 
Per questo mi piacerebbe, per esempio, trovare un bosco nel quale allestire una piccola mostra con qualche mia composizione artistica (chiamarle opere d'arte mi pare davvero troppo), magari chiamando qualcuno a suonare uno strumento (mio cugino suona benissimo la chitarra). Una cosa ad ingresso gratuito, giusto per trasmettere un messaggio senza dire parole. Anzi, se qualcuno potesse aiutarmi, beh, sarei davvero felice di tentare l'esperimento (c'è nessuno?).
Vi terrò aggiornati. Al prossimo post.

martedì 27 settembre 2016

Il senso estetico


Ho spesso parlato di bellezza, associando questo termine a quello di stupore.
Perché è importante per un bambino sviluppare il senso estetico? In una società fatta di apparenze, come dobbiamo intendere la bellezza e che valore dobbiamo darle? Sono sicuramente domande importanti se partiamo dal presupposto che tutto ciò che di buono, di piacevole, di positivo per la nostra interiorità possiamo incontrare nella vita è inevitabilmente pieno di una certa bellezza. Saperla leggere, trovare, far propria è uno strumento di felicità e pienezza che ha dello straordinario. Per questo è importante che quello che facciamo con bambini e bambine sia intriso di bellezza, che in ogni gesto, parola, sguardo, attività ci sia una certa attenzione al senso estetico. È vero che fare qualcosa insieme, in piena partecipazione, ha di per sé un valore di bellezza, ma se in esso si aggiunge la consapevolezza di aver creato, detto, fatto, visto qualcosa di bello, tutto ha un valore aggiunto. La bellezza crea stupore e lo stupore gratitudine. E attraverso la gratitudine lo spirito dell'uomo si eleva e trova una pace soprannaturale. 
Quando un bambino coglie questo sguardo ricco di bellezza, impara a coltivare buoni sentimenti, la capacità di dire grazie, la consapevolezza della Vita e mantiene più a lungo quella purezza di cuore che gli anni tendono a cancellare. Senza contare che l'apprendimento ne gioverà!
Aiutiamo i piccoli a coltivare il proprio senso estetico, andando in questa direzione.  Non verso l'apparenza, ma verso una sostanza che si riverserà anche fuori. 

martedì 13 settembre 2016

Il suono di una nuova speranza


Nei giorni di vento, la sera,  quando me ne starò fuori ad ascoltare le stelle, questo dolce suono accompagnerà i miei pensieri. Con poco (un bastoncino, dei tappi e fili di lana) il mio cuore si è riempito di dolcezza (e un pizzico di malinconia); natura e uomo hanno avuto modo di incontrarsi e darsi uno all'altra per trovare un equilibrio fatto di suono e colore. Quando impariamo ad apprezzare queste piccole cose, quando le nostre mani si attivano in un fare che ha questa direzione, un qualcosa di piccolo e straordinario succede dentro di noi: l'anima si apre all'ascolto e lo spirito sorride, giovandone. Ogni piccolo tassello che ci unisce alla bellezza, alla semplicità, alla creatività e che trova spazio nella natura, nella sua grandezza, porta in noi un processo di stupore, di meraviglia, che avvicina alla pace, quella divina.
Bambini e bambine sono molto sensibili nel cogliere questa "magia" e non hanno bisogno che si faccia molto perché ciò accada. Anzi, bisognerebbe imparare a fare molto meno per lasciare spazio a tale meravigliosa capacità! Vorrei che essa sia sempre attiva, che non si spenga, nelle persone grandi, perché tutti possano giovarne e il mondo stesso essere un posto migliore. Forse un giorno sarò veicolo di tutto questo, non so precisamente come, ma qui c'è spazio e la natura ha ancora molto da dare. Il bosco, il torrente, gli animali (che parlano), il vento, la montagna... Qui è tutto reale e vicino, in ogni momento della giornata. Vorrei aprire le porte a chi, come me, sente il bisogno di sperimentare la bellezza e la sacralità in essa, vorrei saper guidare queste esperienze per come pian piano le sto facendo io stessa.
Mi piacerebbe che qualcuno dicesse: "E' quello che cercavo". Chissà, un giorno le mie non saranno parole, ma arriverà qualcuno, un lettore, un amico che mi dirà: "Io sono pronto". E forse altri seguiranno.

domenica 11 settembre 2016

La rivoluzione comincia da se stessi


Siamo stati abituati a pensare che la vita sia questo: trovare un impiego rispettabile che ci dia di che vivere, mettere su famiglia, fare dei figli, mandarli a scuola e insegnare loro, fin da quando sono piccoli, che la vita funziona esattamente così come l'abbiamo vissuta noi.
In realtà vogliamo che i nostri figli si realizzino (dico "nostri" anche se non ne ho, perché anche io faccio parte di questa tradizione culturale), ma passiamo loro il messaggio che il percorso deve necessariamente essere molto frustrante e pieno di sacrifici e ne varrà la pena solo se l'obiettivo sarà all'altezza delle aspettative sociali. Oppure, se ciò non sarà possibile, che la fatica sia almeno sufficiente a sottolineare che la vita è piena di insidie e difficoltà e non si può vivere nella bambagia.
Non venitemi a dire che ciò non è vero, sto chiedendo a molti bambini se siano felici dell'inizio della scuola e la maggior parte di loro mi risponde che assolutamente non lo è. Ma è giusto, la vita è così, non si può fare solo ciò che piace. Ed è assolutamente vero! Ma abbiamo mai pensato che la scuola dovrebbe aprire le ali di bambini e ragazzi e non tarparle, aprire orizzonti e non offuscarli, aprire il cuore e non rattristarlo? Non si può vivere nella bambagia, no, ma come possiamo pretendere che i bambini sappiano risolvere problemi se la loro anima è frustrata, sofferente, grigia, se in essa ogni giorno di più si spegne l'entusiasmo della scoperta, se il sacrificio supera il desiderio, se la meta è nascosta e il viaggio diventa labirintico?
Il problema non è solo la scuola (anche se ho sempre detto come la penso in merito e lo potete leggere ad esempio qui e qui), il problema siamo noi, che abbiamo accettato questo stato delle cose per noi stessi, che abbiamo sempre creduto che solo il sacrificio (e non la passione) siano degni di farci essere uomini meritevoli di rispetto. Di essere padri e madri che possano essere ritenuti davvero tali. Spesso e purtroppo, questo stato di cose è davvero difficile da cambiare: l'età che avanza, le bollette da pagare, i desideri dei figli (reali o presunti?) da soddisfare... Ormai le nostre responsabilità vengono prima (e non si può dire che sia sbagliato), ma vogliamo davvero che per le persone che più amiamo sia lo stesso? Ma davvero crediamo che dovrà essere così per noi, fino a quando i nostri occhi non si chiuderanno? 
Tutti, TUTTI hanno la possibilità di trovare la propria felicità, ma ciò non sarà mai possibile, finché perpetueremo questo modo di pensare. La vera felicità è una grazia dal valore spirituale altissimo, che incontriamo quando lo spirituale entra in noi, quando il nostro spirito trova contatto con Dio, Colui che lo ha creato. Ma niente più avvenire se non diamo il via ad un processo di destrutturazione dei nostri pensieri, pensieri che spesso sono legati ad una cultura religiosa del pentimento eterno. 
Arriva un momento in cui non possiamo più pentirci, dobbiamo agire e credere che possiamo afferrare la felicità ed essere ciò che siamo chiamati ad essere. E anche se qualcuno di voi è ateo, non potrà negare che, spiritualità a no, non vi sia strada migliore per essere in pace con se stessi e il mondo che fare ciò che si sente in sintonia con se stessi, tracciare la strada che risuona con la propria anima.
Se i genitori non partono dal presupposto di poter trovare questa Via, di avere il diritto di ricercarla, mai e poi mai potranno rompere gli schemi della tradizione educativa dei nostri tempi. Questi schemi frustranti continueranno a perpetuarsi nel tempo, i nativi della nuove generazioni nasceranno in una società non più in grado di rispondere ai loro bisogni, tenteranno di ribellarsi, ma la maggior parte di loro fallirà, perché il sistema è troppo grande e finirà per inghiottirli. 

C'è bisogno di un risveglio, spirituale, emotivo, intellettuale e, per attuarlo, ci vuole un grande coraggio. Ma la vera rivoluzione comincia da se stessi

venerdì 26 agosto 2016

Io ci credo

Nel mio sogno più grande, ma proprio il "più gigante" (non me ne vogliano le mie maestre di scuola elementare), c'è una vita fatta così: una casetta, non grande  (non serve molto per star bene e poi vuoi mettere pulire quaranta metri quadri o pulirne cento?), un bel po' di terra agricola, cani, cavalli, qualche altro piccolo animale, un bell'orto e una vita di autoproduzione portata all'espressione migliore che io sia in grado di sostenere. In mezzo a tutto ciò, ovviamente, non intendo fare come Alexander Supertramp, che si è accorto tardi del fatto che la felicità stia nella condivisione. Dovrà esserci gente che va e che viene, persone che hanno voglia di imparare e insegnare, uomini e donne che abbiano il desiderio di sperimentare una vita lontana dal caos cittadino, che desiderino condividere fede ed esperienze. Ma soprattutto bambini. I bambini saprebbero apprezzare tantissimo tutto questo. Loro sì, direbbero che non c'è nulla di più divertente del lanciarsi dalle balle di fieno e correre con i cavalli, arrampicarsi sugli alberi e leggere un libro davanti al camino. Unschooler per genetica evoluta (mentre la scuola, pur avendo studiato tutte le teorie darwiniane possibili e immaginabili e averle considerate vere verissime, non è stata in grado di evolversi di conseguenza), i bambini faranno il loro percorso per diventare uomini e donne e tali saranno.


Lo so, lo so, starete pensando che sono una sovversiva delirante, che vuole chiudersi in un mondo di fantasia per non vedere il male presente nella realtà. E poi, a trent'anni suonati e sorpassati, senza 'na lira (leggi un euro) e con competenze ancora incomplete, cosa voglio pensare di fare? Se anche fossi certa di volerlo realizzare, come mai sarei in grado di farlo? Ebbene ne sono certa. E lo farò.
Non sono io quella che vi dice di lottare per i vostri sogni, di crederci, di continuare ad essere quello che siete chiamati ad essere, per come siete stati creati, di avere fede che, se davvero farete di tutto per mettervi al posto giusto, nulla potrà impedirvelo? Sapete una cosa? Io ci credo davvero. E voi?

mercoledì 17 agosto 2016

È oggi

Lottate sempre. E imparate ad apprezzare ogni piccola cosa che Dio vi regala. Perché anche se non ci credete, tutto ciò che di bello c'è intorno a voi, la natura, il cielo, le stelle, i sorrisi, sono un dono per voi. Sono un dono per te.
I bambini riescono ad essere felici perché sanno vedere tutto questo. Hanno come un radar che percepisce ogni minima cosa bella. Noi, invece, stiamo a pensare a come sbarcare il lunario, a come sopravvivere nella giungla della vita, a come salvarci dalla cattiveria, a come arrivare dove vogliamo. Ma il viaggio è lungo. E poi non è detto che quando ci arriveremo saremo felici.
La felicità è adesso, è dentro chi sa vedere il bello, a chi sa valorizzare ciò che ha e disporlo verso l'esterno.
Apprezziamo la vita, tiriamo fuori il meglio, smettiamola di nasconderci, abbiamo il coraggio di essere quello che dobbiamo essere.
Non rimandare a domani. Il giorno della grazia è oggi. Il giorno della scelta verso la tua vera essenza è adesso.

lunedì 8 agosto 2016

Il sentiero della felicità

Sono una persona piena di speranze. 
Da piccola ero una pessimista catastrofista, ma solo perché, essendo ipersensibile, lasciavo vincere la percezione di essere inevitabilmente incompresa e fuori dal mondo. Il che significava dovermi gestire il mondo interiore da sola, con conseguente autoreferenzialità eterna. Non che oggi questa percezione sia del tutto sparita, ma sull'altro piattino della bilancia la fede e l'entusiasmo per la vita, associati alla consapevolezza di poter costruire il mio presente (e anche il futuro), pesano verso la positività. 
Perché dico questo? Perché non voglio lanciare un messaggio di ineluttabilità. Penso, infatti, che ci sia sempre una via di uscita e un punto di svolta. Il problema è che, più rimandiamo, più questa svolta necessiterà di manovre difficili, dolorose e faticose. Questo ha un peso nella vita di tutti, ma lo ha ancora di più quando si tratta della crescita e dell'educazione dei bambini. Che poi le due cose sono collegate. Mi spiego meglio: quando un adulto sviluppa un certo modo di vivere nel quale lo sforzo di oggi non vale la felicità del domani (il che si potrebbe tradurre nel "faccio la cosa che mi costa meno fatica o mi arrangio per risolvere le questioni impellenti, poi per il domani vedremo") è portatore di un tipo di approccio alla vita che non è in grado di generare felicità, se non un senso di appagamento temporaneo che svanisce non appena il problema si ripresenta. Tale atteggiamento nasconde comunque una certa ansia dovuta alla consapevolezza che la criticità si ripresenterà. Come se non bastasse, questo stile di vita ricade pesantemente sulla vita dei figli e sulla loro crescita, perché di solito include anche lo stile educativo. Lo so, ho detto che non voglio essere catastrofista (anche se va di moda e a volte serve per riaccendere le coscienze), ma sono dell'avviso che con i piccoli il rischio di tutto questo sia molto elevato. L'infanzia è il periodo più impregnante della vita, quello in cui si gettano le basi di tutto. Oserei quasi dire che la prima infanzia (0-3 anni) lo è. Questo significa che ciò che facciamo, il modo in cui viviamo, la modalità con cui intendiamo la felicità, saranno il fondamento su cui si baserà la personalità del bambino o della bambina. Se rimandiamo la risoluzione di alcuni problemi, se cerchiamo di tamponare, ma non andiamo in profondità, tutto il futuro dei figli verrà compromesso. Ora, proprio perché ho detto di avere fede, credo che con amore, buona volontà e tanta tanta sincerità si possa sempre ricominciare, ma più si rimanderà, più sarà difficile e le conseguenze saranno dolorose da pagare. 
Come è facile notare, spesso le reazioni dei genitori verso i figli subiscono un'escalation. Partono blande e aumentano in un crescendo di severità, ricatti, anche violenza. Non voglio puntare il dito, pure io da piccola ho preso qualche scappellotto e non ne sono rimasta traumatizzata (non sto dicendo che bisogna usare le botte, mi raccomando, non fraintendetemi!), ma il problema sta nel fatto che, giunti al culmine di questa escalation, non si hanno più soluzioni. A questo punto o si cede o si torna indietro. Ma tornare indietro non vuol dire fare piccoli passi: significa svoltare drasticamente, cambiare tutto, spesso fare scelte di vita radicali, che non coinvolgono solo i figli, ma tutta la famiglia. Il che sarà davvero duro. 
Non diamo la colpa alle cose intorno, alle persone che gravitano attorno al nucleo familiare. Tutto dipende da noi. È tutta questione di scelte e del modo in cui intendiamo la felicità. Nostra e dei nostri figli. Dico "nostri" anche se non ne ho, perché se dovessi averne saprei di stare sulla stessa barca e dover remare. Forse è per questo che per ora l'istinto materno non ha vinto sulla ragione: essere genitori è il lavoro più duro che ci sia. Già lo è essere uomini e donne, ma diventare genitori significa saper portare appieno quella responsabilità per poi insegnarlo ad altri.

È un lungo sentiero.

sabato 9 luglio 2016

Sulla strada giusta: l'essenza


Il mio più grande desiderio è che le persone trovino la loro felicità interiore, che scoprano il loro scopo di vita e lo rendano attivo. Credo che fare queste scoperte da grandi sia destabilizzante, perché significa spesso rinunciare a tutto quello che si è costruito per cambiare direzione. Ci vuole infinito coraggio e anche una grande dose di sana incoscienza, ma spesso è la soluzione più giusta per il proprio benessere. Pur quanto sia vero che una persona psicologicamente e spiritualmente sana e in accordo con il Creatore sia in grado di stare bene in qualsiasi situazione, positiva o negativa che sia, avendo la forza e l'entusiasmo necessario (certo, non senza attimi di momentaneo sconforto) per affrontare ogni esperienza di vita, è altrettanto innegabile che non sia possibile essere pienamente realizzati interiormente se si sta occupando un posto non in sintonia con la propria essenza più reale
D'altra parte, però, ciò che si fa, se rispetta tale sintonia, non può essere proiettato solo verso se stessi , ma deve andare verso gli altri e verso l'Alto, perché solo così la felicità può essere davvero radicale e profonda.

Quando da piccoli si è indirizzati verso questo stato di scoperta interiore, le scelte esistenziali del futuro potranno essere rivolte in questa direzione, con un numero di errori ridotto e una consapevolezza maggiore. Ciò non significa mancanza di ostacoli o incomprensioni dall'esterno, ma vuol dire incamminarsi dentro un sentiero di piacevole meraviglia


Essere al posto giusto, sentirsi collocati su una strada luminosa, porta con sé un senso di libertà che non ha eguali. Non si tratta affatto di un destino ineluttabile, ma di un'infinità di scelte continue che accompagnano verso se stessi. Ad ogni passo ci si conosce di più, ad ogni svolta si accrescono personalità e vivacità, ogni sentiero è il cammino nella (e non verso) la propria essenza, che si apre più vivida.
Accompagnare i bambini in questo sentiero, per poi lasciarli andare, è quanto di più responsabile e difficile dobbiamo fare. 
E accogliere questa scoperta nella persona che abbiamo scelto per accompagnarci nel percorso dell'esistenza avrà altrettanta importanza e difficoltà. Ovviamente ciò non potrà che fare del bene, anche se si dovrà passare per scelte difficili, forse difficilissime. Ma bisogna fidarsi, perché quello che succede quando si è sulla strada giusta ha in sé qualcosa di straordinario. Qualcosa che vale la pena vivere.


domenica 19 giugno 2016

Dio attraverso le cose e i gesti

Quando ho iniziato la mia attività di volontariato presso la nostra associazione culturale religiosa, mi sentivo un po' preoccupata in merito alla pratica educativa. Nonostante il progetto fosse mio, le riflessione pedagogiche fossero state condivise con i genitori e la "Stanza dei piccoli" pronta ad accogliere i bambini, io sapevo che la cosa importante sarebbe stata che bimbi e bimbe stessero bene. Essendo in ambito religioso, temevo inoltre che tutti si aspettassero che inculcassi ai figli solo conoscenze cristiane, perché quello sarebbe stato il mio ruolo ufficiale. 
Io, ovviamente, bastian contraria fino al midollo, mi sono inoltrata in un percorso del tutto nuovo, che nessuna confessione religiosa, né tantomeno di stampo protestante, credo abbia mai intrapreso. Sono infatti convinta che i bambini di oggi siano davvero stanchi di sentirsi ripetere dagli adulti, in merito alle cose, informazioni nozionistiche fine a se stesse, tantomeno in riferimento a Dio. D'altro canto essi bramano valori, colori, atmosfere di bellezza, amore, calma. Bramano il fare, lo stare insieme genuino e intriso di collaborazione. Non è solo quello che si sta facendo che conta (a meno che non sia privo di senso), quanto come, dove, con chi. Forse lo dico troppo spesso, ma bambini e ragazzi sono spugne di atmosfere. Spirito e anima di un bambino (e corpo di riflesso), assorbono ciò che percepiscono nell'aria e lo fanno proprio. Trasmettere Dio significa trasmettere queste sottili sensazioni, che passano straordinariamente nel fare insieme. Sì, esatto, nel fare. Potremmo credere che Dio, l'essere spirituale per eccellenza, necessiti più di parola, di poesia, di qualcosa che meno possibile abbia a che fare con il corpo e il gesto. Ebbene la scoperta straordinaria (che poi nuova non è) è stata quella di vedere quanto bambini e fanciulli siano coinvolti animicamente e spiritualmente nel svolgere attività con le mani e possibilmente in gruppo.



La spiritualità viene inoltre trasmessa attraverso il clima di calma che l'ambiente stesso, arredato con amore e criterio, passa ai più piccoli. Sì, parlo proprio di ambiente fisico e lo so che sembra eresia, ma sto sperimentando questo aspetto ogni volta che bimbi e bimbe entrano nella nostra Stanza. Dietro ogni singolo oggetto ha sede un pensiero d'amore, di dolcezza e attenzione che viene percepito dai più piccoli in maniera inconscia, ma tangibile. La mia continua paura di non saper proporre attività che siano all'altezza, viene ogni domenica smontata da questo irrefrenabile desiderio dei bambini di condividere gesti, azioni, emozioni, in un ambiente che li faccia sentire amati. Nessun bambino o bambina si è dimostrato apatico, inconcludente o indolente. Vi è una cura straordinaria nell'utilizzo del materiale e ogni attività è presa sul serio e portata a termine con rigore. E tutto senza grande necessità di essere direttivi o incalzanti. 
Così, partendo da una lettura, ho proposto di costruire del materiale per una mostra aperta al pubblico e, dopo il timore dei ragazzi di non essere in grado (deformazione sociale), l'entusiasmo ha preso il via, perciò... avremo un sacco di lavoro da fare!

domenica 29 maggio 2016

La calma, l'attesa, il mistero, l'impossibile

Torno dopo un pochino di silenzio. Perché non mi piace scrivere post tanto per fare; tengo molto a questo blog e al suo senso, perciò attendo sempre di avere qualcosa che ritengo importante da dire sulla felicità o sulla pedagogia (o entrambe le cose), prima di mettermi a scrivere. Ad ogni modo, se volete sentire cosa ho da blaterare il merito alla vita in generale, potete trovarmi qui (lo ammetto questa è un po' pubblicità di me per me stessa, ma me la concedete?).
Tornando a noi, oggi ho qualcosina da raccontare, perciò eccomi qui.
Il progetto educativo della domenica mattina per i bambini della nostra associazione è iniziato da settimana scorsa e oggi ho riflettuto su alcune cose che i piccoli mi hanno portato incontro.



Non finirò mai di dirlo, bambini e bambine hanno bisogno di un clima di calma e ritmo. Nella frenesia l'amore si disperde e noi adulti non riusciamo ad ascoltare. Nel trambusto i piccini ci chiedono sempre più attenzioni, tanto che noi spesso ci sentiamo soffocare. Più abbiamo da fare, più loro richiamano il nostro sguardo, in tutti i modi possibili. Sembra non siano in grado di fare da soli, qualsiasi occasione è buona per farci intromettere, anche solo un litigio per l'accaparrarsi di un pezzo di Lego, nonostante sul pavimento ce ne siano centinaia. Eppure i bambini sanno eccellere nella condivisione!

Bambini e bambine, ragazzi e ragazze di oggi spesso non sanno aspettare. Non sanno annoiarsi. Vogliono essere sempre occupati e forse è quello che vogliamo anche noi, perché in questo modo sappiamo che stanno facendo qualcosa e quindi possiamo per un attimo staccar loro gli occhi di dosso. 
L'attesa, però, è un aspetto fondamentale della vita, fa parte dell'esistenza ed è da essa che si sviluppano le maggiori bellezze. Pensiamo ai semi che diventano piante (e per un po' non ci mostrano nulla), pensiamo al tramonto, che arriva una sola volta al giorno (non possiamo averlo sempre), pensiamo alla vita umana, che giunge nel mondo dopo nove mesi in cui è rimasta nascosta nel grembo materno.
Eppure mi accorgo che, quando i bimbi riescono ad avere fiducia e a smettere così di chiedere: "Cosa facciamo dopo?", quando iniziano ad attendere il proprio turno per essere ascoltati, l'armonia apre la strada alla condivisione e l'amore si fa reale. E allora un cavallo può diventare blu e trasformarsi in un unicorno. 
"Ma esistono gli unicorni?"
"Non so potrebbero."
"Io quando ero più piccola credevo a Babbo Natale, alla Befana, alla magia, alla fatina dei denti. Insomma credevo a tutto. Adesso invece sono sempre mamma e papà che portano le cose."
"Chissà magari la fatina esiste, quando io ero bambina arrivava il topolino dei denti".
"Sì, come le sirene, è un mistero. Comunque ci sono delle cose in cui crederò sempre: la magia, le sirene e gli unicorni".
La conclusione del più piccino? "I cavalli blu, sì, esistono. Blu e rosso."


Lasciamo che i nostri bambini sognino e credano nell'impossibile. Lasciamo che siano questi sogni a permettere loro di attirare la nostra attenzione. Questo è il preludio dell'eternità. Perché solo nell'eternità scopriremo tutti i misteri che non ci è dato di sapere ora. Crederci vuol dire gustare un po' di eternità sulla Terra. Vuol dire essere più vicini a Dio.

giovedì 5 maggio 2016

Bambini altamente sensibili

Martedì sera abbiamo parlato della parola, del linguaggio, io, genitori presenti e futuri, nonni.
Dalle domande di una mamma, perplessa in merito ad alcuni comportamenti del figlio di tre anni e mezzo, ci siamo trovati a parlare di bambini altamente sensibili
In realtà solo una persona altamente sensibile può capire davvero cosa significhi rientrare in questa categoria. Fondamentalmente tutto è amplificato all'ennesima potenza. Anche le emozioni, non solo ciò che si percepisce con i cinque sensi. Questo significa che un bimbo o una bimba ipersensibile può arrivare a non tollerare nemmeno un paio di jeans o l'etichetta di una maglietta. E che può piangere per giorni a causa di una parola detta dalla mamma o dalla maestra più bruscamente del solito. I bimbi e le bimbe altamente sensibili sembrano spesso capricciosi, quando cominciano a crescere arrivano spesso ad urlare ai propri genitori "Voi non mi capite! Nessuno mi capisce!", pur quanto loro li amino profondamente. Non vogliono fare cose che per i coetanei sono normali, hanno paure spesso incomprensibili, come per esempio possono odiare le feste di compleanno affollate, le maschere di carnevale (perché sussultano con grandissima facilità e ciò crea in loro molta ansia) o semplicemente guardare alcuni programmi televisivi per l'infanzia (più o meno per lo stesso motivo).

Vi racconto tutto questo perché io sono stata una bambina altamente sensibile e sono tuttora una persona altamente sensibile (non è una malattia, per cui non si guarisce, è semplicemente un modo di essere). Il problema di questi bimbi è che non sanno di essere tali e, trovandosi spesso in difficoltà nel farsi capire dagli adulti e nell'essere accettati dai coetanei a causa di comportamenti considerati lagnosi o troppo introversi o eccessivi, cominciano a sentirsi diversi, sbagliati. E più si sentono così, meno sono in grado di manifestare coerentemente il proprio disagio. Non sanno spiegarsi perché le cose vadano così. Pensano di essere nati "storti" e che nessuno riuscirà mai a capirli. E difatti nessuno li capisce, di solito. Spesso non si tratta di una colpa, ma del semplice fatto che cose del tutto normali possono ferire un ipersensibile.
Io, purtroppo, sono giunta all'età di trentuno anni a scoprire di essere una PAS (per approfondimenti clicca qui), perciò ho capito tardi di non essere l'unica e di non dover gestire un'anomalia strutturale, ma semplicemente di dover diventare consapevole di una realtà. Non che ormai ne avessi bisogno, quasi mi cominciava a piacere l'idea di essere anomala, ma sicuramente il fatto di poter spiegare alcune cose mi è stato di grande aiuto (ci sto scrivendo un libro, anche se per ora ho il blocco dello scrittore, perciò non so quando riuscirò a pubblicarlo). 

In merito a questo, ieri ho ricevuto il messaggio di una mamma il cui figlio era presente all'incontro di confronto di martedì, che mi ha raccontato quanto quest'ultimo fosse uscito elettrizzato dalla serata, perché finalmente poteva dare delle giustificazioni alle sue emozioni e raccontare di quella volta che era successo quello o quell'altro analizzando tutto in una nuova chiave. Adesso sapeva di non essere diverso! Adesso, insieme ai genitori, poteva dare un senso ai suoi comportamenti e sistemare alcune incomprensioni che nel corso del tempo erano rimaste sospese, creando disagio e perplessità! Adesso poteva a diritto non indossare i jeans e avere paura dei palloncini, poteva dare una spiegazione al fatto che quel giorno aveva detto: "Voi non mi tenete in considerazione!" e comprendere come mai la professoressa di geografia proprio non ce la fa a capirlo.
Bambini e ragazzi così hanno bisogno di essere riconosciuti, in qualche modo ne hanno bisogno più di altri. Bambini (e ovviamente bambine) così hanno la necessità di una scuola diversa, di genitori consapevoli del loro bisogno, che prendano in mano le redini della loro istruzione affinché essi possano sentirsi capiti e in diritto di tirare fuori le proprie passioni, i talenti, la creatività come bellezze e unicità che non sono sbagliate, ma ricche di significato. Hanno la necessità di piangere e ridere, di piangere e ridere a volte più degli altri, di recitare o di scrivere, di costruire o raccontare. Hanno bisogno di raccontarsi e di sentirsi amati. Di essere amati anche quando, per una parola di troppo, non sono in grado di trattenere le lacrime o, per un rumore troppo forte, si vanno a nascondere. Hanno bisogno di mettere in campo la propria empatia verso gli esseri viventi altri da loro e di viverla fino in fondo. A costo di soffrire.


mercoledì 4 maggio 2016

La forza creatrice della parola

Un giorno di tantissimi anni fa, credo nel lontano 1995, arrivò nella nostra scuola Roberto Piumini, per me, personalmente, una sorta di essere mitologico nascosto sotto sembianze umane.
Con sguardo incantato e trepidante interesse rimasi ad ascoltare i suoi racconti e partecipai al suo laboratorio di scrittura creativa. Credo che proprio in quell'occasione rimasi colpita e meravigliata dalla tecnica del "cut-up" (potete approfondire qui). Rimasi per giorni a ricopiare poesie, pescarne pezzi e ricomporre nuovi versi. La straordinarietà del tutto stava nel senso che ogni volta, anche pescando e componendo a caso, i nuovi testi riuscivano ad acquisire, pur spesso senza nessi logici espliciti o congiunzioni o soggetti e verbi coniugati.

Il potere creativo della parola. Probabilmente nessuno ci avrebbe creduto, ieri, presso la nostra associazione, se non avesse provato con mano. Ho voluto tentare l'esperimento: non mi piaceva l'idea di parlare semplicemente della capacità di creare insita nella parola, quindi ho voluto dimostrarne la forza nella sua concretezza. Così, dopo aver ragionato un po' sulla potenza di ciò che si dice, sul valore caratterizzante del nome proprio e l'importanza dell'attenzione al linguaggio che viene rivolto a bambini e bambine, ho letto alcune poesie scelte di autori vari (ovviamente una di Piumini), poi ho fatto girare un cestino contenente le stesse poesie tagliate in versi. Ciascuno, a turno, ha pescato versi a caso fino a che, dopo alcuni giri di mano in mano, il cesto non  è stato vuotato. Con i bigliettini pescati, ognuno ha composto una nuova poesia. Certi hanno scelto di incollare i versi nella sequenza casuale con cui li avevano pescati, altri, restii a rimanere in balia della totale casualità, hanno composto il testo con una propria logica, ovviamente mantenendo i versi intatti, come da mia indicazione.
Vi direte: e quindi? Ebbene, la commozione (di alcuni anche esplicitata) è stata quella di leggere ad alta voce la propria composizione e trovarla in perfetta sintonia con se stesso o con un periodo della propria vita. Io personalmente ho trattenuto qualche lacrima, ma, si sa, sono ipersensibile e piango facilmente!
Ad ogni modo nessuno di noi credeva nel caso e tanto meno ci crede ora, dopo aver toccato con mano la forza creatrice che vi è nel linguaggio ed in particolare nella parola! Posso assicurarvi che la scelta delle poesie era stata casuale, non legata ad un filo conduttore unico, ho scelto solo alcuni argomenti quali Dio, l'amore, la vita, la poesia, la morte, l'acqua, ma in maniera molto generica e senza confronto tra un testo e l'altro.



Vi sfido a provarci e poi a tornare qui, così, per confrontarci su questo strepitoso e misterioso argomento quale la potenza della parola. 

Intanto vi lascio con una riflessione, che dedico però soprattutto ai creazionisti: "Non è forse la creazione, l'espressione più gloriosa della forza della Parola?".


giovedì 28 aprile 2016

La pedagogia deve contagiare tutti

Martedì sera mi sono trovata di fronte ad una quindicina di persone, genitori dell'oggi e del domani, per presentare un progetto pedagogico in seno all'Associazione culturale "Nuova Pentecoste" di Medolago (BG), di cui sono socia fondatrice. Il progetto è piccolo, accoglie un numero limitato di bambini e ragazzi durante le riunioni della domenica mattina. Io però sono una visionaria e vedo già spazi nuovi, con un'accoglienza ampia e un lavoro educativo che abbracci la partecipazione di genitori, nonni, educatori, artigiani (e chi più ne ha più ne metta), cittadini della comunità più allargata, sette giorni su sette. Perché è così, la pedagogia deve contagiare tutti. E al centro devono starci bambini e ragazzi. In merito a questo ci vediamo martedì prossimo alle 20.30 per continuare a parlarne (pensavo di finire prestissimo, invece c'è bisogno di  un altro incontro: la passione non si può fermare!).

Sono rimasta colpita dalla frustrazione di alcuni nel rendersi conto degli errori fatti nell'educazione dei propri figli. Purtroppo esigenze di vita, realtà quotidiane, stress, difficoltà relazionali in famiglia sono situazioni che spesso impediscono la possibilità di mettere in atto strategie adeguate per una crescita libera dei bambini, capace cioè di liberare il loro potenziale e riconoscere e utilizzare i propri talenti.
Tali carenze sono sicuramente colmate dall'amore reale di questi genitori per i figli, ma porteranno probabilmente ad alcune conseguenze che sarà poi loro dovere gestire.
Ad ogni modo le difficoltà non devono essere atrofizzanti, devono essere nodi che impongono messe in discussione e ricerca di nuove strategie. E' questo il bello del dialogo, del confronto in ambito pedagogico: si scoprono risorse, di pensa da nuove prospettive, si ragiona su alternative valide.  

Dal canto mio, dopo dieci anni nella scuola dell'infanzia, nei nidi e spazi gioco e una visitina molto breve come supplente in una scuola primaria, non posso che portare avanti la mia missione di destrutturazione totale degli schemi mentali dei genitori, convinti che nel delegare la responsabilità ad insegnanti ed educatori stiano facendo sempre la scelta giusta. La missione di rompere gli schemi dell'educazione frontale, impositiva e nozionistica che spesso è l'unica conosciuta dagli adulti. 

Il lavoro del genitore è un lavoro difficile, molto difficile (ne sono così consapevole che all'alba dei miei trentun anni non ho ancora voluto averne), ma in questo travagliato percorso di scelte quotidiane e costante autoeducazione, altro non si desidera che la felicità dei propri bambini e delle proprie bambine. Interrogarsi su questo significa fare in modo che ogni gesto quotidiano possa acquisire un senso volto a tale obiettivo, significa spesso abnegazione e sacrificio, significa riconoscere il bambino come essere bisognoso di guida e di fiducia. 
La solitudine attuale e, ammettiamolo, spesso la pigrizia o la sensazione di avere tutte le competenze necessarie per educare, porta molti genitori a trovarsi chiusi nelle quattro mura di casa nella gestione di schemi educativi e familiari. Le semantiche familiari restano sempre le stesse e si perpetuano all'interno del nucleo familiare, mai messe in discussione da figure esterne, nemmeno dagli insegnanti che, spesso frustrati, tendono a portare avanti il proprio lavoro alla giornata, in un'ottica di sopravvivenza.
Ma se per primi insegnanti ed educatori non sono sognatori, visionari in grado di vedere speranza nel futuro, di leggere nel cuore dei bambini l'unicità di ciascuno di essi, come potrà davvero svilupparsi un senso di felicità diffuso, un pensiero di pace in seno alla società?
Per questo è bello discutere di pedagogia, dirsi le cose per come sono, raccontarsi, esprimere difficoltà e disagi, mettere a frutto creatività, giocosità, immaginazione. Per questo è bello che i genitori possano incontrare gli educatori e incontrarsi tra loro, che possano guardare ai propri errori  non in maniera frustrante, ma come risorse per un cambiamento. Per questo è una gioia immensa per me condividere delle riflessioni, e per questo amo molto l'idea delle scuole parentali (trovate info qui); per tali motivi desidero che momenti simili si moltiplichino. E' l'inizio dell'autoeducazione, l'inizio di una riforma. La scuola per come la conosciamo non ha più senso, il modo di vivere la quotidianità per come lo conosciamo dimentica spesso la felicità dei bambini. Dirselo è il primo passo per cambiare. Bisogna avere il coraggio di andare contro corrente, bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco, di lottare contro quella parte di noi stessi che rifiuta la fatica, di cambiare direzione. Se avremo questa forza, potremo davvero essere FELICI INSIEME.

venerdì 22 aprile 2016

Una vita piena. Educazione e sacralità.

Ti è mai capitato di sentire dentro quel senso di completa soddisfazione mentre stai svolgendo le tue normali faccende quotidiane o il tuo lavoro?
I bambini possono vivere questo stato di benessere "radicale" e radicato in maniera molto semplice e diretta quando hanno la possibilità di giocare in libertà, quando possono stare in mezzo alla natura, quando viene data loro la possibilità di esplorare, conoscere nel fare, osservare il mondo. 
Spesso negli adulti il sentimento di soddisfazione si limita ad un attimo, a qualche breve lasso di tempo legato a qualche singola azione o qualche ricordo o pensiero per poi ripiombare nell'oblio delle incombenze giornaliere, degli stress, della rabbia, dei bisogni non sempre soddisfatti. No, chiaro, non dico sia per tutti così, dico però che sento sempre più persone esprimere la difficoltà, nella frenesia di questi tempi, di sentirsi perfettamente appagati interiormente.

Cosa dunque porta un bambino che così facilmente riesce a trarre soddisfazione intima dalla vita a perdere questa pienezza durante la crescita? Io credo che, crescendo, si perda la capacità di vedere la sacralità della Creazione, di considerare il dono della vita, di abbracciare con stupore le meraviglie del mondo, di riconoscere se stessi con gratitudine e amore. 


Un bimbo è essere tanto corporeo quanto spirituale e lo è nel modo più semplice che possa esistere. Lo è inconsapevolmente come un adulto non può esserlo. Questa inconsapevolezza rende i bambini e le bambine individui intimamente capaci di relazionarsi con il sacro in senso ampio. La figura di Dio, per esempio, è molto più chiara ad un bambino che ad un adulto, seppur non esplicitata e spesso nemmeno esplicitabile. Un adulto, invece, avendo maturato una completa capacità di pensiero razionale e scontrandosi con le responsabilità quotidiane, si trova a non poter più vivere questa dimensione di gratitudine incondizionata e di spiritualità, tanto che ha bisogno di ritrovarla. La deve cercare
Possiamo noi fare in modo che i bimbi e le bimbe non perdano mai tale dimensione? Che ruolo può avere l'educazione in tutto questo? Ebbene, un'educazione che trasmette passione, creatività, talenti, stupore, meraviglia, bellezza (lo dico sempre) è un'educazione che va in questa direzione. Vedere il bambino come un essere trino, costituito da corpo, anima e spirito come componenti non scindibili, rendersi conto che il contatto corporeo con cose ricche di bellezza porta inevitabilmente ad una passione per l'esistenza che si radicherà nel cuore del piccolo o della piccola attraverso le emozioni e i ricordi, è il primo passo verso una pedagogia consapevole e intrisa di responsabilità. 


Or un educatore che non ha recuperato quel senso di sacralità sarà un educatore probabilmente pieno di competenza, ma con un istinto educativo debole, capace addirittura di smorzare la forza interiore dei bambini e delle bambine che educa.


lunedì 18 aprile 2016

Il coraggio di cambiare

È molto strano come siano tantissime le persone che inneggiano ad un cambiamento del sistema, che urlano al bisogno di rivoluzione. Anche per quanto riguarda il sistema educativo. La questione reale è poi quanti abbiano il coraggio di andare oltre ciò che non è usuale e fare scelte fuori dal coro
So che un discorso del genere potrebbe sembrare di poco senso su questo blog, che appare sempre così soft e privo di esaltazione. In realtà io mi sento una rivoluzionaria, in qualche modo. Credo di esserci nata, così, anche se non l'ho capito finché non sono arrivata a vivere alcune situazioni personali che mi hanno fatto comprendere come il mio ruolo in questo mondo abbia un po' a che fare con il cambiamento. La consapevolezza di ciò è il primo passo verso una nuova consapevolezza sociale. È ovvio che qualcosa di grande non può avere luogo per mezzo di una sola persona isolata, ma è fondamentale che ci sia un sentire comune e diffuso. È dunque bello sentire tanti discorsi relativi a nuovi bisogni e nuove risorse, ma la verità è che le parole non sono sufficienti. Le idee non devono restare tali, devono divenire realtà, devono prendere forma concreta. 



È vero, la scuola necessita di una nuova didattica, di nuovi paradigmi, di nuove attenzioni e nuovi sguardi. Ma quanti educatori, insegnanti, genitori, sono pronti ad investire in qualcosa di diverso, a costo di essere bannati dal sistema? Quanti hanno il coraggio di prendere in mano le certezze dell'abitudine per romperle? Non si parla di violenza, si parla di un pacifico esercizio del proprio pensiero ed il proprio sentire. Significa mettere insieme dei modi di sentire comuni per dare vita a concretezze fatte di nuova creatività. Purtroppo tutto questo vuol dire anche forza di volontà e sacrificio. 
Se non ci facciamo delle domande e non iniziamo a pensare all'uomo ed alla donna in modo olistico, prendendo in considerazione il collegamento tra i vari aspetti del funzionamento del sistema "essere umano", valutando l'esistenza nella sua totalità, non potremo mai dare un senso a tutte le criticità a cui ci troviamo di fronte. Non possiamo criticare il sistema senza capire cosa in esso necessiti di essere cambiato. Non possiamo limitarci a dire che ormai le diagnosi di disturbi psicologici o deficit intellettivi nei bambini sono aumentate troppo o che il carico di lavoro che la scuola pone sulle spalle dei bambini è troppo elevato. Non possiamo nemmeno fermarci nel constatare che il bullismo è in aumento, così come la possibilità degli insegnanti di gestire i bambini di oggi, sempre più "difficili". C'è bisogno di qualcosa di più, di un modo di pensare più radicale, che si trasformi in agire. Bisogna osare. Purtroppo non si può fare altrimenti. È un continuo pensare che si deve trasformare in una quotidianità. 
Lo so, continuo a dirlo, ma questo è lo scopo di quello che scrivo. Scrivo (avete letto il libro, per capire cosa intendo?) per dare un input, ma se le mie parole, insieme a quelle di altri, non trovano terreni dove crescere e portare frutto, ebbene saranno solo belle parole prive senso. Non si tratta solo di dire "wow, bello, interessante!", si tratta di volerne far parte perché si sente il bisogno di cambiamento. La paura è sempre un campanello d'allarme, che ci allontana da eventuali rischi, ma quando si crede davvero in qualcosa, nel profondo del cuore, essa non può che essere soltanto uno strumento che porta ad una riflessione in più per continuare più convinti nella direzione intrapresa. Abbiamo il coraggio di cambiare? Abbiamo il coraggio di pensare e agire? Abbiamo il coraggio di fare qualcosa di nuovo e profondo per le generazioni appena arrivate e per quelle future?

lunedì 11 aprile 2016

Autoeducazione: il potere dell'amore

Non ho figli e a volte mi domando se mai io abbia diritto di dire a dei genitori cosa fare o non fare. In realtà, poi, mi rendo conto di come il mio unico desiderio sia quello di dare spunti di riflessione e mai di giudicare i metodi educativi altrui. Lo ammetto, ci sono alcuni modi di fare con i bambini che ho difficoltà a tollerare, ma  al di là di questo, quello che voglio fare è dare input per un pensiero nuovo in una società che ha molte falle. Non ho il potere di correggere tali falle; non è certo un libro o un blog che possono supplire ai bisogni delle persone (ad ogni modo, se il mio libro dovesse interessarvi, trovate tutte le informazioni qui). Quello che bramo, però, è che ogni essere umano abbia l'opportunità di crescere nella felicità interiore. Non ho bacchette magiche perché ciò avvenga, ma credo nel potere spirituale della parola. "Parola" con l'iniziale minuscola e soprattutto "Parola" con la "P" maiuscola. Ho fede per credere che non a nulla valgono i miei sforzi.
Credo nella possibilità di un risveglio sociale generato dal desiderio di ripensare all'educazione e ai bisogni dei più piccoli partendo dall'autoeducazione.



Vogliamo che i bambini e le bambine siano uomini e donne felici, realizzati, pieni di voglia di vivere. Liberi. Ma non possiamo volerlo senza sapere cosa questo significhi. Educare alla libertà vuol dire prima di tutto essere liberi noi stessi. Non possiamo trasmettere ciò che non abbiamo. 

Dovremmo quindi paralizzarci? No, dobbiamo muoverci verso l'integrità e la nostra libertà interiore, emotiva e spirituale, mentre educhiamo. Non possiamo smettere di educare cercando la nostra perfezione, ma non dobbiamo esimerci dall'autoeducarci per andare nella giusta direzione.
Un educatore che non si fa domande è distruttore del bene di chi educa, ma un educatore completamente imperfetto dotato di autocritica e voglia di crescita e cambiamento può essere fonte di ispirazione per molti bambini. E ciò è possibile solo per mezzo dell'amore.

Dire di amare i propri figli vuol dire essere consapevoli di quale esempio vogliamo essere per loro. Questo comporta uno sforzo immenso nel considerare come ogni nostro singolo gesto quotidiano sia strumento di passaggio di un flusso di informazioni emotive e spirituali grandissimo. Ogni piccola decisione è dotata di valore. Ogni volta che deleghiamo ad un imprecisato domani o ad altri stiamo creando una falla nella costruzione del benessere interiore dei nostri bambini o bambine.
Anche quando un genitore sceglie una scuola o un luogo educativo, egli non deve credere di star delegando, ma deve vivere questo affido temporaneo come una presa di responsabilità fatta di partecipazione e fiducia. Genitori ed educatori/insegnanti devono avere un sentire comune e andare nella medesima direzione. Devono essere in qualche modo presenti con la propria anima anche quando fisicamente non ci sono. Ecco allora che non si sta demandando o scaricando dei compiti, ma si sta faticosamente lavorando in accordo interiore per una felicità diffusa. Questo è il potere dell'amore.

mercoledì 16 marzo 2016

Eredità

In questi giorni, anche in relazione a confronti informali con alcuni genitori, ho avuto necessità interiore di riflettere su cosa significhi avere un figlio.
Credo che mettere al mondo un altro essere vivente sia per prima cosa trasmettere un'eredità. Tale eredità è non solo materiale, ma anche fortemente spirituale ed emotiva. Il forte valore morale di questo messaggio è dato dal fatto che moltissimo di ciò che noi siamo e tutte le nostre attitudini di vita vanno ad influenzare in maniera non lineare, ma molto forte, ciò che i nostri figli sono e saranno.
Ciò non significa affatto che i figli dovranno essere la copia dei genitori, anzi è un grosso errore desiderare che sia così piuttosto che educare alla libertà di espressione delle proprie qualità e particolarità (quante volte ho parlato di talenti?). Ma negare questa ereditarietà significa non prendersi la responsabilità di ciò che si è e si fa e lasciare che l'educazione sia solo un dedicarsi alle circostanze del momento e alla risoluzione dei problemi contingenti della quotidianità. 

La realtà interiore di un genitore si esprime nelle sue prospettive educative e nel suo fare di tutti i giorni. Un genitore che vuole crescere un bambino o una bambina che sia un uomo o una donna felice, deve necessariamente sperimentare tale piena felicità affinché per il figlio o la figlia la vita ne sia realmente intrisa. Può dirsi la stessa cosa della libertà: essere persone interiormente libere può formare persone libere
Se mamma e papà (e anche educatori o maestri) non si rendono conto di quanto gli adulti trasmettano al nascituro dal momento in cui viene alla luce, non potranno mai educarlo (e accompagnarlo) alla realizzazione di se stesso. Il modo in cui si muoveranno sarà limitato al presente e non sarà in grado di analizzare le componenti reali e profonde degli avvenimenti e di progettare una linea di conduzione che sia coerente e sensata per il proprio bambino o la propria bambina. Questo non vuol dire essere sempre e solo proiettati nel futuro e men che meno nelle proprie aspettative (seppur debbano essere ben chiare davanti a sé) quanto valutare nel qui e nell'ora come il proprio passato, il proprio vissuto e soprattutto il proprio essere attuale sia fortemente legato all'essere del bambino.


In tutto questo, però, c'è di più: il legame non è solo dato dal fare, ma da quella legge fortemente spirituale che regola l'esistenza tale per cui le generazioni sono inevitabilmente legate da un filo che le avvicina. Non si tratta solo di genetica o sistemica familiare, quanto di un più profondo legame che si riconosce in eventi, configurazioni, realtà che si ripetono. È assolutamente possibile rompere tali fili quando essi vengono prima riconosciuti e poi rifiutati. Ma ciò può avere valenza positiva in relazione a doti, qualità, espressioni umane intrise di bellezza. Tale condizione è perfettamente espressa nelle benedizioni di Dio fino alla millesima generazione, come la Bibbia ci racconta. 

Riconoscere questi legami, vedere questa ereditarietà è un senso di responsabilità enorme ed una presa di coscienza notevole, che comporta una profonda autoanalisi e analisi familiare e generazionale. Decidere di non prendere in considerazione cosa i nostri figli ereditano, nel bene e nel male, è decidere di non permettere loro di realizzarsi fino in fondo.

lunedì 7 marzo 2016

Iris Grace, un esempio per parlare di essenza

Probabilmente avrete già sentito parlare di Iris Grace, la bambina affetta da autismo, che ha trovato la sua espressione nella pittura, con risultati davvero straordinari, grazie anche alla vicinanza della sua gatta Thula, che la ama incondizionatamente e non la lascia mai da sola. 
Ho amato la sensibilità di questa piccina dal primo articolo che ho letto su di lei, forse perché nei suoi quadri ho ritrovato un po' di me stessa o probabilmente per il fatto che ho trovato incredibile il suo talento. 
Sono una che ama i talenti, in generale, e mi commuovo ancora di più alla vista di genitori che sanno riconoscere le unicità dei propri figli e non solo rispettarle, ma anche accoglierle e permetter loro di metterle a frutto al massimo delle proprie possibilità. Ma ho già parlato di questo (qui). Ad ogni modo i genitori di Iris riescono con grande gentilezza e delicatezza a rendere nelle immagini lo splendore di questa arte o a scegliere qualcuno che sappia farlo con discrezione e sensibilità. Vi consiglio di andare nel sito dedicato a Iris Grace, troverete tanti motivi per i quali stupirvi (e, lo dico sempre, lo stupore fa parte della felicità!). E lasciatevi "suggestionare" a lungo, potreste ritrovare un po' di voi stessi!








In questi giorni riflettevo piuttosto sulla bellezza insita nell'uomo, pur quanto in realtà il genere umano sia oggi dominato da tanti brutti sentimenti e desideri, quali l'avarizia, la noncuranza, la violenza, l'invidia e chi più ne ha più ne metta, tanto da distruggere la Terra... 
Eppure se andassimo davvero all'essenza dell'essere di ciascuno, per come è stato creato e per lo scopo reale e nello stesso tempo divino che è proprio della sua vita, scopriremmo qualcosa di straordinario che probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato. 
Credo che il basamento della vera felicità sia centrato esattamente su questa scoperta. 
Voglio farvi un esempio in piccolo. E non per vanto personale, anzi, per sottolineare che, quando si lasciano fluire spiritualmente le proprie intuizioni o sensazioni o idee, allora si può arrivare a tirare fuori qualcosa di inaspettato. Ebbene, ieri una persona che stimo mi ha detto che alcune mie riflessioni del blog le sono parse molto profonde e ricche di conoscenza pedagogica. Immediatamente mi sono resa conto di come io non abbia merito in questo, se non quello di lasciare che i miei pensieri creino connessioni e si colleghino alle emozioni. È come una sorta di istinto legato ad un sapere e un essere che mi sono stati dati da quando sono nata. Pur quanto io possa aver studiato e fatto pratica, non potrei mai sostenere alcune argomentazioni senza questo istinto. Il decidere di metterlo a disposizione di altri è per me fonte di fatica, ma anche di estrema gioia, di per sé e soprattutto nel momento in cui esso riesce a divenire spunto per altri. 
Se dunque permettiamo ai bambini e a noi stessi di lasciar fluire il meglio di sé, così come è stato puramente creato, insieme all'amore germoglierà la felicità. In ogni singolo gesto e per mezzo di ogni singolo gesto.



Sei ancora in tempo.

lunedì 22 febbraio 2016

"Vai a sederti a pensare!"

E' qualche giorno che mi frulla per la testa un interrogativo molto specifico di carattere pedagogico.
In realtà avevo già scritto un articolo su Google+ all'interno del quale trovava spazio anche questa riflessione (eccolo), solo che poi mi sono di nuovo capitati discorsi in merito ed ora non posso fare a meno di dire la mia. Sì, perché, mi conoscerete, io sono fatta così: devo sempre dire la mia. E, non sto mentendo, ho aspettato qualche giorno. A dire il vero quello che voglio fare è sollevare una riflessione, più che esprimere un parere. 

Bene, veniamo alla domanda. Ha senso dire ad un bambino piccolo, quando fa qualcosa che non va: "Vai a sederti a pensare"?. Con questa domanda cosa stiamo chiedendo di fare ad un bimbo di due, tre, quattro anni? Quali sono i presupposti di una soluzione educativa di questo tipo?
Risolvere un conflitto educativo così, significa partire dall'idea che un bimbo piccolo, in età prescolare, attui i suoi comportamenti in base ad un radicato schema morale fatto di "giusto e sbagliato", "buono e cattivo", partendo da una chiara consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni sugli altri. Di più: stiamo dicendo che un piccino sia poi in grado di rielaborare in base a questi schemi i suoi comportamenti sbagliati per non riattuarli nel futuro. Ciò è chiaramente esempio del fatto che stiamo credendo che, prima di agire, un bambino rifletta su tutti questi elementi (su cosa sai giusto o meno e su cosa sia buono o meno) e scelga di compiere delle azioni specifiche per creare delle reazioni altrettanto specifiche negli altri in base a questi parametri. In realtà lo schema di azione-reazione è facilissimo da instaurare, è istintivo e diciamo primordiale, però qui non ci stiamo limitando a parlare solo di questo, ma di qualcosa di più profondo che sta radicato nel pensiero.

Quello che ora io mi chiedo è se questi schemi di pensiero non vengano indotti precocemente nel bimbo. Se ci riflettiamo (e qui esprimo un parere, ma mi piacerebbe sentire quello di altri), quando diciamo ad un bimbo piccolo: "Vai a sederti a pensare", gli stiamo implicitamente dicendo: "Vai a sederti a pensare a come sei stato cattivo". Okay, è vero che forse non vogliamo intendere quello, forse ci riferiamo solo ad una riflessione sulle conseguenze del suo comportamento, ma un bimbo come interpreterà davvero questa parola... "pensare"? Un piccolino di tre, quattro anni, sa davvero il senso del termine "pensare"? Non sto dicendo che la testa di un bambino sia vuota, anzi, credo che sia molto ricca, e di mille sfumature meravigliose, ma questo significa che un bimbo sia in grado di razionalizzare la capacità di pensare? Non è che forse un piccino interpreterà tutto questo come: "La maestra (o la mamma) si è arrabbiata, ho fatto una cosa che l'ha fatta arrabbiare, ora mi devo sedere ed essere (o sembrare) triste per riparare"? A questo poi, creato il meccanismo, si aggiungerà: "Son stato cattivo" o, peggio, "Sono cattivo". Ma siamo sicuri che non siamo stati noi a introdurre questa visione della vita basata sul senso di colpa?

Parliamoci chiaro: non sto dicendo che un essere umano non debba avere chiare le polarità di "giusto-sbagliato", "morale-amorale", ma come possiamo pretendere che queste vengano imparate in età precoce, senza che si crei uno schema mentale basato sulla colpa?  
Non sto nemmeno dicendo che un bambino non debba scoprire che i suoi comportamenti hanno delle conseguenze, ma come possiamo pensare che a tre anni un bambino svolga delle azioni per fare deliberatamente del male agli altri e magari un male a lungo termine? 

Dovremmo riflettere su due cose, prima di partire da presupposti del genere. 
Una riguarda il fatto che i bambini sono principalmente imitatori. Se vediamo che un comportamento negativo si ripete, dovremmo domandarci se per caso il bimbo in questione non l'abbia visto da qualche parte, anche sotto forme diverse (non avete notato che da quando esiste Peppa Pig tutti i bambini non fanno che saltare nelle pozzanghere? Il che non è poi male...). 
In secondo luogo, non finirò mai di credere nel fatto che i bambini siano spugne di atmosfere emotive e spirituali e che quindi molto di ciò che fanno sia intriso delle sensazioni che essi percepiscono senza che nessuno se ne renda conto. Ordunque, quale clima respirano i nostri bambini? Che gesti (singoli gesti) stiamo portando loro incontro? Cosa stiamo chiedendo a questi bambini? Di esplorare il mondo e di farlo con tutto il corpo, la mente, lo spirito, le emozioni o di crescere in fretta ed imparare che certe cose sono brutte e altre belle e che saremo giudicati in base a questi parametri?
La religione ci ha portato una visione del mondo di questi tipo, ma Dio, nella figura di Suo Figlio Gesù Cristo ci ha mostrato la grazia e la possibilità di essere amati in modo profondo per ciò che siamo. Ogni comportamento ha una conseguenza, ma è il nostro cuore che va coltivato! Non possiamo portare un bambino a non attuare certi comportamenti perché "altrimenti la maestra o peggio la mamma e il papà diranno che sono cattivo". Questo, nel tempo, si tradurrà nella convinzione di essere cattivo ("La mamma, il papà, la maestra hanno sempre ragione, perché mi fido di loro") e che gli altri vadano giudicati di conseguenza. 
Dobbiamo invece far respirare e mangiare e vivere ai bambini cose belle affinché imparino ad amarle davvero (e dobbiamo prima amarle noi stessi!) e imparino, dal profondo del proprio cuore, ad odiare quelle brutte . 
Ciò non vuol dire che in alcuni casi non serva contenere fisicamente (e qui intendo in termini di spazio, non di reazioni fisiche, ovviamente) un comportamento negativo. Far sedere un bambino agitato, che magari sta creando fastidi o arrecando danno a qualcosa o qualcuno, può avere assolutamente senso, perché significa delimitare il suo spazio temporaneo e rompere un meccanismo che si è andato a creare in quel momento. Ma è importante riflettere su come lo stiamo facendo e soprattutto considerare come spesso sia più facile dire ad un bimbo: "Vai a pensare", piuttosto che ragionare quotidianamente su quale atmosfera, clima, realtà spirituale stiamo noi stessi facendo respirare a quel bimbo. Questo significherebbe metterci in gioco in prima persona e coltivare la nostra interiorità molto più di quello che magari vorremmo fare.
Costa fatica, ma se ho detto qualcosa di sensato, il risultato sarà qualcosa di buono per noi e per i bambini che la Vita ci ha affidato.


martedì 16 febbraio 2016

Andare lontano

È strano come oggi alcune persone, per trovare la felicità, per trovare se stesse, l'ispirazione per la propria vita, debbano lasciare tutto e andare lontano. Molti la chiamerebbero incoscienza o strafottenza, io lo definisco coraggio. Coraggio quando non si sta scappando, ma affrontando nuove sfide per ritrovarsi, quando non si sta andando via per dimostrare delirio di onnipotenza o grandezza, ma desiderio di mettersi alla prova, di farsi piccoli in un Mondo grande
(In qualche modo anche io sono fuggita, fuggita dalla provincia per godere della tranquillità della collina. E posso dire di aver migliorato la mia qualità di vita, ma questo è un altro discorso, che forse un giorno vi farò).





La scoperta, da sempre, ha fatto dell'uomo un essere in continuo divenire. La scoperta crea nel bambino il desiderio di apprendere. E i bambini sono il più grande esempio di naturalezza, di bellezza, di grandezza.


Purtroppo la società occidentale contemporanea è fondata prevalentemente su traguardi imprescindibili che fanno di una persona qualcuno di rispettabile agli sguardi altrui. Tutto quello che non segue questi schemi di successo personale (ho parlato di successo e felicità nel post di ieri, che trovate qui), è spesso disadattamento, intolleranza, scompiglio, rivoluzione, strafottenza o ingratitudine. Per la società, non per davvero! 
In realtà una scelta di vita diversa, alternativa, seppur temporanea, in alcuni casi diventa la strada per sperimentarsi, per capirsi, per guardarsi dentro. È purtroppo quello che la frenesia del giorno d'oggi a volte non da la possibilità di fare. 
La voce di Dio si fa sottile, lontana, la voce del proprio cuore si allontana e il caos diventa la quotidianità. La linea dello spirituale non trova spazio e, mentre lo spirito richiede calma per ascoltare, il corpo non può fermarsi.
Imparare a rallentare, ad osservare, a godere della bellezza del creato può essere fatto ogni giorno. Ma quando ciò non è possibile, purtroppo, c'è chi non può che scegliere di cercare altrove. E qualcuno, così, ce la fa.

lunedì 15 febbraio 2016

Il successo

Ieri, durante la predica del Pastore in chiesa, è sorta nella mia testa una domanda: "Successo vuol dire felicità?". La predica non era inerente all'argomento ma, si sa, spesso gli spunti di riflessione giungono da situazioni non necessariamente correlate.
La risposta non è facile, in fondo tutti sognano una vita di successo e questo pensiero pare generare un senso di benessere generale, che sicuramente può rientrare nella felicità. E sì, non c'è nulla di male a volere successo nelle cose che si fanno, il fallimento non è mai piaciuto a nessuno!

Quello che mi chiedo sul serio è se chi ha successo nella vita è sempre felice. Ovviamente la risposta non può che essere negativa. Ci sono un'infinità di persone di grande successo che vivono vite infelici e questo è un dato di fatto!

Io credo sia possibile fare del successo motivo di felicità solo nel caso in cui si riesca a viverlo come la realizzazione di qualcosa in continuo divenire che è fatto di creatività che si rinnova. 
E soprattutto, successo è felicità solo nel momento in cui lo si percepisce con senso di gratitudine e umiltà. Non è sottovalutazione delle proprie capacità, ma continua voglia di crescere, intellettualmente, emotivamente e spiritualmente
La vita è entusiasmante perché piena di fermento e i traguardi sono sempre temporanei, seppur possano restare nell'esistenza di un essere umano come punti fermi, come luoghi sicuri, posti confortevoli.

I bambini sono un ottimo esempio di come il successo possa generare felicità, ma nello stesso tempo riesca a farlo solo nel caso in cui sviluppi un senso di gratitudine e sia in grado di segnare le basi per ulteriore crescita e ulteriori successi. Quando un bimbo si impegna nel fare qualcosa, ogni insuccesso, se pur vissuto con un pochino di frustrazione, non è motivo di "arrendimento", ma sprono a nuovi tentativi. Allo stesso modo la gioia del successo in un nuovo traguardo, è un semplice incentivo a cercare nuove sfide, che abbiamo come base gli apprendimenti raggiunti.
Ciò non vuol dire che per essere felici sia necessario essere dei gabbiani Jonathan Livingstone, perfezionisti che mirano sempre più in alto e non si accontentano mai di dove sono (che poi, se ben guardiamo, il gabbiano Livingstone godeva appieno dei suoi voli) Anzi! È importante ridere dei propri traguardi, gioire delle proprie scoperte! Ma la chiave sta proprio qui, nel seguire una visione di vita e raggiungerla, nel creare in essa nuove esperienze di crescita, nell'accogliere le esperienze e costruire da esse sguardi creativi verso la vita e le cose!

Ben lungi dall'essere un atteggiamento volto all'inseguimento continuo dell'adrenalina scatenata dal raggiungimento di singoli traguardi (con l'approvazione altrui come cartina tornasole), questo modo di vivere altro non è che gioia di fare, di darsi, di dialogare, di mettere in atto i propri talenti
Il successo non è che la conseguenza, non il fine!